PSICOMOTRICITA’ e improvvisazioni per formarsi

Una sostanziale caratteristica della psicomotricità consiste nell’elemento cinetico-visivo che assume il ruolo di elemento di scambio di informazioni, di emozioni e sentimenti, tra conduttore e partecipante e tra partecipanti.

La comunicazione avviene per mezzo di modi complessi che convivono in un unico sistema di messinscena interdisciplinare e globale. Il corpo, il gesto, la posa, il movimento, i sentimenti, le emozioni e la voce convivono e contemplano un unico processo comunicativo.
La comunicazione è anche un’azione di recupero del “gesto” e dell’espressione di tutto il corpo. Significa utilizzare i mezzi “naturali” di comunicazione sociale al posto dei mezzi “tecnici” della comunicazione di massa. Comunicare con il corpo è anche un mezzo per condividere l’alterità intellettuale contrapposta all’invasione del mondo concreto in cui l’uomo contemporaneo è perseguitato senza tregua.

Offro  stages formativi anche su questo, con lo scopo  di fornire alcuni elementi per scoprire e sviluppare nuovi mezzi di comunicazione attraverso una serie di esercizi e improvvisazioni.
Improvvisazioni in silenzio: questo per favorire la scoperta di altre modalità comunicative e per inserire la parola in un secondo momento rendendola più efficace.
Lo stage offre quindi la possibilità di approfondire ogni aspetto della comunicazione non verbale.

 

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AUTISMO

La prima volta che sono entrata in contatto con persone affette da questo disturbo avevo 24 anni, stavo facendo un tirocinio presso una comunità privata di lusso per bambini e adolescenti.

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Sono rimasta colpita dalla sensibilità e dalla fragilità di questi cuccioli di uomo. Alcuni, ancora in tenera età, (3-5 anni) rilassati e sorridenti fissavano una pallina che girava sul pavimento oppure la barchetta spinta dal vento nella piscina. Io avevo il compito di “osservare”. Inizialmente non mi vedevano, stavo lì, all’ombra del platano rinfrescante e rassicurante. Poi pian piano ho ricevuto un paio di sguardi dal blu di quegli occhi. É stato un momento magico…. Durante la mia professione ho incontrato occhi blu, marroni e verdi e con tutti sono riuscita ad entrare in relazione. Una relazione fuori dagli schemi quotidiani e dai preconcetti, una relazione che mi ha permesso di vedere alcuni miglioramenti che hanno reso le mie giornate speciali.
Parlare di autismo non è facile, rimanderei a tutto il materiale che si trova on-line e consiglierei ai genitori di trovare qualsiasi tipo di sostegno per se stessi. Lavorando in rete si possono raggiungere, a volte, risultati che non potevamo neanche immaginare!

Da “Linee Guida – Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti” :

“Le conoscenze in merito al disturbo autistico (sindrome da alterazione globale dello sviluppo psicologico) secondo l’ICD-10, International statistical classification of diseases and related health problems, ossia la classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 1992, sono in continuo sviluppo e se ne aggiungono di nuove incessantemente, grazie al lavoro di numerosi gruppi di ricerca presenti in tutto il mondo. Tuttavia, a oltre 60 anni dalla sua individuazione da parte di Leo Kanner (1943), persistono ancora notevoli incertezze in termini di eziologia, di elementi caratterizzanti il quadro clinico, di confini nosografici con sindromi simili, di diagnosi, di presa in carico e di evoluzione a lungo termine. La sensibilità di istituzioni e opinione pubblica è senz’altro cresciuta, ma ancora non ha raggiunto un grado di consapevolezza adeguato a favorire e promuovere lo sviluppo di un intervento ordinato e sistematico a favore dei soggetti a etti da questo disturbo e alle loro famiglie. I servizi di Neuropsichiatria infantile hanno progressivamente sviluppato adeguate competenze cliniche e diagnostiche che, unite a una crescente sensibilità nel mondo dei pediatri, hanno significativamente migliorato il livello e i tempi della prima diagnosi. Molto però rimane da fare, specie per garantire un’omogenea diffusione di prassi diagnostiche adeguate e tempestive su tutto il territorio nazionale.
Più critica si presenta la situazione riguardo la presa in carico clinica e soprattutto l’adozione di efficaci percorsi di intervento, basati su una solida metodologia e supportati da prove scientifiche adeguate. La complessità del disturbo autistico, la presenza di un quadro fenomenico molto diversificato, non solo sul piano delle competenze funzionali e sociali, che fa ipotizzare la presenza di possibili sottotipi o – secondo un’impostazione nosografica differente – di diverse possibili comorbidità psichiatriche, uniti alla naturale modificazione nel corso dello sviluppo, rendono particolarmente complessa l’adozione di modalità di intervento adeguate….

C’è una varietà di sintomatologie, credo quindi che sia difficile fornirne una definizione clinica coerente e unitaria. Ora si parla di “Disturbi dello Spettro Autistico” (DSA o, in inglese, ASD,Autistic Spectrum Disorders). A livello di classificazione nosografica è considerato rientrare nella categoria clinica dei “Disturbi Pervasivi dello Sviluppo”, cui appartengono, fra le varie altre sindromi, anche la sindrome di Asperger, la sindrome di Re e il Disturbo disintegrativo dell’infanzia.

Presa in carico

Ritengo che sia fondamentale, soprattutto con bambini soggetti a questo disturbo, una presa in carico che coinvolga diverse figure professionali. Un primo momento diagnostico\valutativo a cui dovrebbero seguire le terapie individuate dall’intervento della prima fase. Psicomotricità, logopedia, musicoterapia, pet therapy, arte terapia…..

Non è infatti realizzabile un intervento abilitativo che si basi sulla mera esecuzione di un solo e semplice “metodo”. Durante le prime sedute è importante approfondire l’osservazione.
Dal mio punto di vista l’inquadramento diagnostico non può esaurirsi solo con la prima valutazione o con le prime osservazioni effettuate in terapia, dovrebbe estendersi nel tempo ed anche al ricorso di ulteriori indagini che considerino l’evoluzione globale o settoriale del bambino.

Alcune difficoltà rilevate e che ci potrebbero dare l’indicazione di una possibile sindrome:

  • mancanza di contatto oculare con gli altri;
  • carenza globale di reattività nei confronti di altre persone;
  • deficit nello sviluppo del linguaggio;
  • se il bambino parla a volte potrebbe essere presente ecolalia immediata o tardiva, linguaggio metaforico, inversione di pronomi;
  • resistenza ai cambiamenti, interesse esagerato per oggetti;
  • indifferenza emotiva agli stimoli;
  • difficoltà a partecipare ad attività di gruppo;
  • deambulazione sulle punte;
  • dondoli e reazioni motorie incontrollate:
  • presenza di stereotipie motorie e/o verbali.

Psicomotricità: la forza dell’amore

Il bimbo, è arrivato con un piccolo pezzettino di carta dicendo che era una marionetta cane\gatto. Ha finito di aggiustarla con colla e forbici (motricità fine, coordinazione oculo\manuale, creatività, concentrazione……). Poi ha costruito con i cubi il suo teatrino (organizzazione spaziale, pianificazione, attenzione…..).

                                                         RAPPRESENTAZIONE  

teatrinoMirella tu ti siedi lì.

“C’era una volta 3 gatti e 3 cani. Prima i cani facevano spaventare i gatti e i gatti dicevano: voi ci facete paura e i cani si offese. E i gatti scapparono e vederono il cane e il gatto che stavano insieme. Perchè anche l’amore può risolvere tutto.

Compreso te e se vuoi …..il gatto-cane                           puoi sposarmi “

e poi lavoriamo un po’ sulla scrittura i gatti e i cani

Grazie grazie ………….anche l’amore può risolvere tutti! In ogni incontro ci sono pillole di saggezza anche per i grandi.

DIPENDENZA

Questo argomento è il risultato di mie considerazioni personali, non ha nessun valore scientifico.

Perchè parlare di “dipendenza”?
Chiunque, credo, si è incontrato prima o poi, direttamente o indirettamente, con uno dei suoi molteplici oggetti: alcol, nicotina, cibo, lavoro, droga, gioco d’azzardo, internet, cellulari, televisione, gratta e vinci, legami affettivi, shopping, sesso, e chi più ne ha ne metta.

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Purtroppo, e non a caso, ciò che crea dipendenza si trova facilmente sul mercato ed è spesso oggetto di pubblicità. Sono particolarmente sensibile alla dipendenza da alcol, sta coinvolgendo velocemente, anche qui in Italia, come già avevo intuito anni fa dai miei riferimenti internazionali, adolescenti e giovani. Non meno preoccupante è la dipendenza da telefoni , videogames e televisione che si sta espandendo a macchia d’olio. Un piccolo appello alla prevenzione. Se siamo consapevoli di ciò, con i nostri figli, forse, con il giusto atteggiamento (quale?), possiamo sostenerli a non innescare tale meccanismi nella loro vita.
Nella mia vita ho incontrato persone “dipendenti” (alcol, droga, cibo, nicotina, farmaci, shopping, relazioni disfunzionali) che ce l’hanno fatta. Sono riuscite con fatica, pianti, emozioni forti, tremori a “liberarsi” da ciò che li controllava e dominava. Sono riuscite a camminare sul sentiero della vita in contatto con se stesse e senza timore delle lacerazioni interne che provavano. Questo mi da speranza. Vedere una donna che dopo anni di comportamenti compulsivi si è distrutta ed è riuscita a prendere in mano la sua vita è sicuramente un grande insegnamento. Non è mai tardi per cambiare. Qualsiasi sia la nostra età possiamo cambiare, possiamo crearci una vita che corrisponda ai nostri valori e ai nostri desideri. Anche le dipendenze, se trasformate, da soli non è facile, meglio cercare l’aiuto di un gruppo, di una guida, possono rivelarsi un’esperienza di vita che ci fortifica e ci forma profondamente.
Non riuscivo a capire bene il meccanismo di un “mangiatore compulsivo”, chi è dipendente dal cibo, finchè una persona, eravamo al telefono, mi ha detto: <<tu non capisci, io ho dei raptus, mangio veramente tutto, anche uova, pasta cruda, prendo a manciate i cereali ed in un minuto finisco una, due scatole, quando sono in casa e ci sono dei biscotti è come se mi chiamassero, non riesco a studiare, sento che mi chiamano e finchè non li mangio, loro sono lì, che mi impediscono qualsiasi attività>>.
La dipendenza ti porta ad isolarti, c’è chi mangia, chi beve da solo, si nasconde. Se non l’abbiamo vissuto, credo che non possiamo renderci conto di quello che significa. Dopo un’abbuffata, dopo una forte bevuta si sta male fisicamente, dopo aver fatto uno shopping compulsivo, dopo aver giocato fino all’ultimo centesimo, dopo essere stati coinvolti in relazioni sessuali “malate”, fisicamente ci si sente male, ma è proprio questo malessere, questo senso di colpa che per un paio d’ore ci mette in contatto con la nostra forza, con il desiderio di farcela. Purtroppo dopo un po’, i biscotti, l’alcol, la droga, la nicotina, ci chiamano, i pensieri compulsivi di soldi, sesso, lavoro si fanno sempre più presenti in noi e non reggiamo. Ancora una volta… e così, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anni dopo anni. Un’alternanza di morte e speranza. Ritmo che vivono le persone con le quali siamo in contatto quotidianamente. Vivono la disperazione, l’impotenza, il non amore e poi la speranza, l’illusione. Un circolo vizioso difficile da interrompere.
Non è facile ma possibile.
Le dipendenze si innescano velocemente. Ricordo che mia figlia, con una babysitter, guardava sempre, alla stessa ora i cartoni delle” Winx”. Un giorno dovevamo uscire e la bambina ha iniziato a gridare, strillare, buttarsi per terra e a manifestare comportamenti che purtroppo sono così familiari a molti genitori. Ho affrontato la situazione. Il giorno dopo ho deciso che dovevo impedirle di vedere quel cartone per aiutarla a rompere questa routine. Mi sono resa conto che già si era innescata in lei una certa dipendenza. Non potevo eliminare l’oggetto così, di botto. Aveva delle vere e proprie crisi di astinenza: rabbia e violentissime reazioni. Non è durato molto, ma ho dovuto gradualmente e con strategie inventate sul momento o rubate agli esperti, sostenere mia figlia a distaccarsi da questo cartone animato.
Per risolvere delle dipendenze ci vogliono strategie, sostegno, dolcezza.
Mentre viviamo una crisi di astinenza, fisica o psicologica, gli effetti sono devastanti.
Non è facile, è possibile.
In America, ora anche qui, si sono diffusi gruppi di auto aiuto che hanno raggiunto grandi risultati (Programma dei dodici passi, gruppi presso strutture ospedaliere, eccetera, solo per citarne alcuni). Da loro, ho rubato, per la mia vita, alcuni concetti. Uno che credo sia molto efficace è “un giorno alla volta”, che poi io ho trasformato in “un minuto alla volta”. Non devo pensare che non utilizzerò quell’oggetto, quella sostanza, con il quale sono in una relazione di dipendenza, per tutta la vita, ma solo per un minuto, per un’ora, un giorno. E poi, i giorni diventano mesi, anni. Ho anche capito che se vivo con un alcolista, un tossicodipendente, ecc, anch’io sono “dipendente” dalla persona dipendente, sono cioè in una relazione di “co-dipendenza”.
É’ come se fossi drogata dallo stress, dai ragionamenti malati, dalla necessità di controllare sempre il comportamento di chi mi sta accanto.

Da giovane ero familiare a situazioni drammatiche colme di tensione. Ed è in queste situazioni che mi sentivo “bene”. Ricordo che quando convivevo con il mio ragazzo, prima di andare a condurre un gruppo, litigavo sempre. Drammi, tensioni. Poi conducevo il gruppo ed ero serena, completamente presente. Ho impiegato tante litigate per capire che ero io che avevo bisogno di creare questo malessere, a me molto più familiare della serenità, per poter affrontare situazioni di sfida (in quel caso condurre i miei primi gruppi). Ricreavo emozioni vissute nel mio passato.
Dopo mesi di lavoro su di me ho iniziato a “stare bene e sentirmi a mio agio” anche in situazioni serene, ed a permettermi di viverle con accettazione sebbene avessi sempre paura che era un’illusione, che dopo sarei caduta nel vortice, come avveniva con mia madre. Non beveva per alcuni giorni, io stavo bene, e poi… uscivo da quella tranquillità con immagini e situazioni devastanti.
Chi vive con di chi ha un problema di dipendenza prova ansia (il dipendente ha dei frequenti sbalzi d’umore), paura (specie quando il familiare malato è anche violento), insicurezza economica, mancanza d’affetto, senso di vergogna e isolamento.
Sono condizioni pensantissime per un coniuge o un genitore, ma forse ancor più forti per un figlio, che crescendo non riceve l’amore e l’attenzione cui avrebbe diritto, e assorbe sensazioni di paura e incertezza a un livello molto profondo.
Prendendoci cura della nostra vita, lavorando sulle emozioni, sull’autonomia personale e sulla serenità possiamo di riflesso aiutare l’altro. Non possiamo assolutamente pensare di “salvare” l’altro, di cambiare o aiutare l’altro direttamente.
Non è facile ma è possibile.
Ed è proprio con questo “non è facile ma possibile” che vorrei concludere queste piccole considerazioni.
Vivere gioiosamente in armonia con se stessi, gli altri ed il mondo, non è facile ma possibile.
Iniziamo e continuiamo a navigare in questo mare spesso in tempesta, è faticoso, lo so, a volte è estenuante, ma siamo in tanti in questa barca. Ci sono tantissime persone in tutto il mondo che stanno vivendo sensazioni, emozioni, difficoltà, non uguali ma simili a noi.
Non è facile ma è possibile!

Alcuni spunti rubati qua e là
Per dipendenza si intende:

  • condizione di chi dipende da, di chi non può fare fisicamente o psichicamente a meno di… impossibilità o incapacità di essere autonomi;
  • assuefazione a una sostanza la cui sottrazione induce disturbi fisici e psichici;
  • alterazione del comportamento che da semplice o comune abitudine diventa una ricerca esagerata e patologica del piacere attraverso mezzi o sostanze o comportamenti.
    Distinzione di dipendenza fisica e dipendenza psicologica
    Provoca: sbalzi di umore, perdita temporale, mal di testa ecc…

Dipendenza da:

  • Internet: (Internet addiction disorder – IAD) : bisogno compulsivo di collegarsi alla rete telematica e di utilizzarne i servizi. – “Con la Internet-dipendenza si entra in un mondo staccato dalla realtà. I videogiochi hanno raggiunto dei livelli talmente raffinati che si entra in una realtà virtuale e si ha l’impressione di vivere in questa realtà “ (Massimo Ammaniti). 
    Da novembre 2009 all’Ospedale Policlinico Il Gemelli è stato aperto il primo ambulatorio ospedaliero italiano specializzato nella dipendenza da Internet;
  • Cibo; (Mangiatori compulsivi (Overeaters): non è solo quanto viene ingerito che definisce un mangiatore compulsivo, ma anche i modi in cui si cerca di controllare il cibo e il peso. Alcune persone mangiano in segreto, altre apertamente. Alcune mangiano in eccesso in modo sempre più grave, altre si abbuffano e vomitano. Alcune usano lassativi e diuretici, altre digiunano, mentre altre ancora compensano con un eccessivo esercizio fisico. Tutti i mangiatori compulsivi hanno una cosa in comune: sono spinti da forze che non comprendono a continuare con il loro irrazionale comportamento con il cibo;
  • Gioco: persone intrappolate nella dipendenza dal gioco, che oggi ha tante forme. C’è chi brucia somme ingenti al tavolo da poker, ma anche la casalinga che non sa smettere con il ”Bingo”, o chi non riesce a dedicarsi ad altro che a schedine o lotterie. Questa dipendenza produce tra le altre conseguenze inaffidabilità sul lavoro, insicurezza economica, alienazione dagli affetti più cari (perché il gioco diventa l’unico pensiero);
  • Shopping: bisogno compulsivo di fare acquisti, chi non può fare a meno di comprare, spendendo denaro. Spendere può essere un’attività compulsiva messa in atto per riempire un vuoto interiore. Ben lo sanno tutte quelle donne che soffrono di shopping compulsivo, e spendono i propri soldi (o quelli del marito) per oggetti di cui non hanno reale necessità. Spendere, gestire grandiosamente e sventatamente il denaro, e anche fare debiti possono dare una sensazione di euforia momentanea che funziona come una droga.

 

FORMAZIONE

Spesso ripenso con un sorriso alla confusione di mio padre rispetto a tutti gli studi, i corsi e gli stages a cui volevo partecipare da ragazzina: teatro, psicologia, filosofia, clownerie, counseling, psicomotricità, eccetera; non riusciva a capire in che direzione stavo andando.

waw bastava così poco

Anche le mie esperienze professionali, affiancate sempre da aggiornamenti, corsi e momenti formativi, erano varie: bambini, adolescenti, ragazzi a rischio, handicap, eccetera.

Un giorno gli ho detto: <<questa è la direzione in cui sto andando: fare tante esperienze diversificate>>. Alla base di tutto questo c’è il mio bisogno di stare bene, di superare le esperienze traumatiche che ho vissuto, di continuare a “formarmi” per vivere più serenamente. Il mio lavoro dovrà coincidere, quindi, con il mio obiettivo di vita: serenità per me e per tutti coloro con cui entrerò in contatto.

Per raggiungere questo obiettivo è stata fondamentale “la formazione”.

La “formazione permanente” è utile e, secondo me, fondamentale per la crescita personale e professionale.

L’elemento primario del processo di maturazione degli individui che desiderano non soltanto acquisire ma anche migliorare il proprio essere genitore oppure il proprio esercizio professionale, consiste nel raggiungimento della consapevolezza del non riuscire a svolgere la propria attività basandosi esclusivamente sulla “cultura dell’agire; di fatto sarebbe necessaria anche un’ elaborazione e una sistematizzazione progressiva delle teorie e delle esperienze.
Ciò che intendo per ”formazione” è rivolta, quindi, a tutti coloro che stanno cercando di vivere e di agire con maggior consapevolezza, in particolare a: genitori, educatori, animatori, insegnanti, logopedisti, psicomotricisti, neuropsicomotricisti e a tutti i professionisti che svolgono un attività di relazione.

Il Coaching è anche …….

Credo che sia capitato a tutti almeno una volta di sentirsi che ……  non c’è via d’uscita,  sono in gabbia,  sono in un vicolo cieco: sensazioni che ci dicono: non c’è soluzione.

Impossibile!!!! A tutto c’è una soluzione. Anche se gli eventi non dipendono solo da me e devo continuare a rapportarmi con gli altri per individuare il percorso, la strategia migliore….e se gli altri sono più confusi di me e non sanno cosa fare, e cambiano, cambiamo idea ogni momento e mi sento confusa, giù, impotente, senza speranza, eccetera eccetera……………..c’è sempre una soluzione. Tutto si modifica e cambia a prescindere dalle mie azioni.

E, se mi sento veramente lì, al buio, nel vicolo cieco posso provare a prendere matite colorate, pennelli o pastelli ed iniziare a buttare giù linee e macchie su un foglio bianco…..chissà, forse può essere utile.

Let me know!

ADHD

ADHD
(Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder – Sindrome da deficit di attenzione e iperattività) e ADD (Attention-Deficit-Disorder – Sindrome da deficit di attenzione) come pretesto per parlare di comportamenti presenti in molti bambini di oggi.

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Per una diagnosi di ADHD bisogna basarsi su una valutazione accurata del bambino condotta da un Neuropsichiatra Infantile con esperienza sull’ADHD, o da operatori della salute mentale dell’età evolutiva con specifiche competenze. La valutazione, colma di strumenti studiati ad hoc, solitamente coinvolge anche genitori ed insegnanti e tiene in considerazione i fattori sociali.
Quasi tutti i bambini che seguo in studio  presentano difficoltà di attenzione e difficoltà a stare fermi. Pochi di loro hanno diagnosi di ADHD o ADD. Ho deciso comunque di dare un po’ di spazio a questo disturbo perchè li tocca superficialmente e l’intervento è simile. Ma non vorrei che, leggendo il testo che segue, iniziaste a mettere un etichetta su vostro figlio. Vostro figlio è ciò che vi comunica ed è con questo che ci rapportiamo, al di là di qualsiasi definizione di patologia, definizione che spesso genera in noi ansia e paura e sicuramente non ci sostiene nell’accompagnamento alla crescita di quel essere che abbiamo nel nostro cuore.
Il Disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività (ADHD) è un disturbo del comportamento caratterizzato da inattenzione, impulsività e iperattività motoria, questo in molti casi impedisce il normale sviluppo e l’integrazione sociale dei bambini. Solitamente presentano anche disturbi specifici dell’apprendimento, come la dislessia e la disgrafia, e mettono in atto comportamenti provocatori ed oppositivi nei confronti sia di adulti (genitori, insegnanti) che di pari. Le cause di questo disturbo non sono ancora note (potete navigare in rete e trovare tantissimo materiale), comunque: dal mio punto di vista, il fattore ambientale contribuisce all’esponenzialità del sintomo.
Non sto assolutamente “dando la colpa” ai genitori, ma ritengo che essi possano fare tantissimo per la crescita del proprio figlio, modificando a volte delle “piccole cose”. Con “piccole cose” intendo in realtà un grande lavoro di consapevolezza, contenimento e ascolto, atteggiamento di non facile applicazione nella turbolenza e nella mancanza di serenità della vita odierna.  Relazionarsi con un bambino con tali difficoltà può contribuire notevolmente al nostro sviluppo personale.

I bambini che ho incontrato mi hanno insegnato a trovare strategie per incrementare e sviluppare:

  • Pazienza: passano da un’attività all’altra, spesso si annoiano su un compito;
  • Tecniche di concentrazione: per riuscire a prolungare la loro concentrazione (rapidità nell’esecuzione di un compito, comprendere l’importanza delle tappe, …) ho inventato giochi di visualizzazione, velocità, che utilizzo anche nella mia quotidianità;
  • Ordine per raggiungere un risultato: mi sono resa conto che il disordine, perdono le cose, nell’astuccio a volte non c’è la penna, impedisce di svolgere i compiti;
  • Comunicazione con gli altri: sembra che non sempre ascoltano mentre parlo, parlano senza sosta;
  • Consapevolezza corporea: mentre si dimenano sulla sedia, quando stanno in piedi e continuano a muoversi, quando toccano tutto quello che c’è sul tavolo, penso a quello che comunicano il mio corpo e la mia postura;
  • Calma: tecniche di rilassamento;
  • Molti bambini di oggi, agiscono senza tener conto delle conseguenze, ridono spesso, con o senza un motivo reale, pronunciano frasi negative nei confronti dei compagni, proprio come i bambini con diagnosi ADHD. Ma questi ultimi lo fanno con più frequenza. Disattenzione e comportamento iperattivo non sono gli unici problemi che hanno; a volte si associa ODD (Disturbo oppositivo provocatorio) ed il disturbo del comportamento con frequenti attacchi di collera e aggressività;
  • Le terapie usate per curare l’ADHD includono interventi psicomotori, psico-educativi, terapie familiari ed anche, in alcuni casi, terapie farmacologiche (con tutte le controversie connesse);
  • La terapia è un percorso che coinvolge quasi sempre figure professionali diverse: Neuropsichiatra Infantile, Psicomotricista, Pediatra, Psicologo dello Sviluppo da un punto di vista clinico, e pedagogisti, educatori ed insegnanti da un punto di vista formativo. Fondamentale è sempre il coinvolgimento attivo della famiglia.

I bambini con difficoltà di attenzione e/o iperattivi, in studio, hanno risposto molto bene alle mie proposte di rilassamento, grounding e concentrazione sul respiro.
Quando l’ho proposto, le prime volte mi sembrava una sfida grandissima. Come potevo solo immaginare che un bambino, o addirittura tre bambini in un piccolo gruppo, con queste difficoltà, potessero rimanere seduti, con le gambe incrociate, e concentrarsi sul respiro? Oppure stare sdraiati a terra, rilassare il corpo e fare delle visualizzazioni? Oppure ancora, stare in piedi, sentire le radici che crescono sotto i piedi e stare fermi, immobili, nonostante le mie provocazioni?
Ho seguito il mio cuore… Ho detto loro che gli proponevo degli esercizi per gli adulti, che poi avrebbero potuto fare casa, con i loro genitori…. Ha funzionato! Hanno sperimentato quello stato di calma e concentrazione e pian piano c’è chi è riuscito ad integrare l’esperienza anche in contesto scolastico o familiare.

Questi bambini iperattivi e con difficoltà di attenzione…, speciali, e con mille risorse, la loro imprevedibilità può essere positiva!